Sommario Fronimo N 117,  gennaio 2002

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Incontri:

Intervista a Cecilia Rodrigo
di Frédéric Zigante

Intervista a Daniele Zanettovic
di Giulio Chiandetti

Ricerche e approfondimenti:

Anton Diabelli (1781-1858). Cenni biografici
e opere per chitarra (parte prima)
di Jukka Savijoki

Le corde per chitarra tra il Settecento e
l’avvento del nylon (parte prima)
di Mimmo Peruffo

Le opere per chitarra di Reginald Smith
Brindle (parte settima)
di Antonio Borrelli

L’improvvisazione nella musica còlta
di Daniele Russo (parte seconda)

e inoltre recensioni di libri, musiche e dischi.

Risonanze

Notizie su corsi e concorsi.

Idee a confronto

La bottega della chitarra

 

Editoriale

Con quest’annata del 2002 arriviamo al nostro trentesimo anniversario, un traguardo che ci eravamo prefissati e che comunque intendevamo raggiungere dopo i grandi cambiamenti che si sono susseguiti nell’ultimo decennio di vita della nostra rivista. Come sempre alla scadenza dei cinque anni, ossia dei venti numeri, è nostra intenzione pubblicare a fine anno l’indice analitico comprendente i numeri 101-120.
Ci fa piacere valorizzare questo trentesimo anniversario con la presenza di alcuni articoli particolarmente significativi. Il primo è un ampio e dettagliato scritto che il chitarrista e studioso finlandese Jukka Savijoki ha dedicato ad Anton Diabelli. Proveniente da una sua precedente tesi di laurea, per quello che ci risulta è finora l’unico studio di tali entità e dimensioni compiuto sull’opera chitarristica di Diabelli, a nostro parere un autore ancora troppo poco conosciuto e che soprattutto nell’ambito della sua vasta produzione cameristica può destare alcune gradite sorprese. La prima parte qui presentata è dedicata in generale alle vicende biografiche e alla produzione non chitarristica, mentre le successive puntate a partire dalla prossima prenderanno in esame l’opera per e con chitarra.
Un altro importante articolo che prende avvio con questo numero, per poi proseguire durante l’annata, è a firma di Mimmo Peruffo, cordaio professionista e appassionato studioso di quel particolare aspetto tecnico della chitarra tanto determinante quanto, per certi versi, ancora abbastanza misterioso: le corde. Tramite la disanima del percorso storico attraverso i secoli, è possibile venire a conoscenza delle modalità di fabbricazione e dei materiali impiegati, delle caratteristiche fisico-acustiche (elasticità, resistenza, durata, timbro, ecc.). Emergono in tal modo interessanti valutazioni sulle differenze qualitative delle corde del passato rispetto a quelle del presente (con esiti non così scontati come si potrebbe pensare di primo acchito). Particolarmente degna di nota è l’ampia sezione dedicata alle corde di minugia, soprattutto alla luce del fatto che ai giorni nostri, con la grande riscoperta del repertorio antico e il conseguente ritorno all’impiego degli strumenti originali, ormai diversi interpreti si servono delle corde di budello.
Assieme agli articoli che con il 2002 prendono avvio, ve ne sono altri che invece arrivano al loro compimento. Con questo numero si conclude l’ampio excursus storico di Daniele Russo dedicato alla millenaria arte dell’improvvisazione, tra l’altro con interessanti aneddoti riguardanti Nicolò Paganini, mentre nel corso dell’anno si completerà l’esaustivo contributo di Antonio Borrelli volto a esaminare l’opera omnia per chitarra di Reginald Smith Brindle.
In realtà in questo numero vi doveva essere anche la seconda puntata dell’analisi della Sonata di Ginastera. Ma durante la preparazione dello scritto Paola Brino ha riscontrato alcuni elementi degni di ulteriori approfondimenti: daremo conto di tutto nel prossimo numero di aprile.
I due In memoriam dello scorso numero dedicati a Miguel Ablóniz e Abel Carlevaro hanno suscitato più di un’emozione: ci hanno infatti scritto con sentita partecipazione Aldo Minella e Giorgio Ferraris che rievocano le esperienze vissute con questi importanti personaggi del mondo della chitarra. I loro ricordi hanno trovato spazio nella rubrica delle Idee a confronto.
Arriviamo adesso al nostro consueto appuntamento con l’attualità, questa volta riguardante un avvenimento svoltosi all’estero e più precisamente a Londra.
Lunedì 26 novembre nella splendida sala in stile liberty della Wigmore Hall si è tenuto l’Anniversary Recital di Julian Bream, celebrante i cinquant’anni dal debutto del grande chitarrista inglese nella sala londinese, avvenuto appunto il 26 novembre del 1951. Il concerto è stato splendido e Bream era in uno stato di forma decisamente felice, in particolare se pensiamo alle ultime esibizioni cui abbiamo assistito in Italia. Di certo, comunque, non sembrava affatto un concertista ormai alle soglie dell’età di pensionamento, anzi “un chitarrista in pensione” come Bream stesso purtroppo ha voluto definirsi. Ci è addiritura sembrato che manifestasse uno spirito giovanile ricco di entusiasmo per le novità, pieno di voglia di sfidare sé stesso misurandosi con difficoltà sempre nuove. Il programma, assai interessante e tutt’altro che disimpegnato, prevedeva nel primo tempo la Suite n. 6 in Do minore di Robert de Visée e la Suite n. 6 in Re maggiore BWV 1012 per violoncello solo di J. S. Bach. Nella seconda parte si susseguivano la inedita Sonatina di Cyril Scott, due pezzi di Albert Roussell (Valse, op. 17 e Segovia, op. 29), Pour un hommage à Claude Debussy di George Migot, Muir Woods di Toru Takemitsu, Hika di Leo Brouwer e, per concludere, due pezzi di Manuel de Falla, la Canción del fuego fatuo da El amor brujo e il celeberrimo Homenaje. Il successo è stato caloroso ed era veramente commovente assistere all’affettuoso tributo di un pubblico desideroso di applaudire la luminosa carriera di un artista quale Julian Bream. Nella Wigmore Hall, gremita in ogni ordine di posti, si poteva riconoscere, assieme ad altri chitarristi stranieri provenienti da ogni dove, un drappello di chitarristi italiani che non ha voluto mancare a un appuntamento così significativo. Fra essi, Emanuele Segre e Frédéric Zigante, cui abbiamo chiesto le loro impressioni:
“Particolarmente coinvolgente è stata l’esecuzione del brano di Migot il quale è stato completamente riscritto da Bream. Con grande fantasia e con un geniale uso dello strumento ha messo mano alla partitura ridando vita e interpretando in maniera particolarmente ispirata questa affascinante e complessa pagina. È straordinario che, ormai prossimo ai settant’anni, Bream abbia presentato un programma dedicato in gran parte a brani mai affrontati precedentemente. Memorabili anche l’intensità dell’esecuzione dell’Homenaje di De Falla con il quale ha concluso il concerto e la freschezza della Suite di De Visée iniziale. Alla fine del concerto, in un pub vicino alla sala, ho chiesto a un amico le sue impressioni sul concerto: “pure magic” è stata la sua risposta. E sì, “he is really a wizard of the guitar”, è stata la mia risposta. (Emanuele Segre)
“Vorrei, come Julian Bream, arrivare anch’io a sessantotto anni mantenendo intatta, nonostante la lunga carriera e le vicissitudini personali, la voglia di studiare nuovi brani e di fare partecipi delle nuove scoperte tutti i miei ascoltatori, sollecitando in loro una curiosità troppo spesso lasciata a riposo. Le prime della Sonatina di Cyril Scott e di Pour un Hommage à Claude Debussy di George Migot sono state un dono prezioso e indimenticabile, degno della ricorrenza dei cinquant’anni dal debutto alla Wigmore Hall. Julian Bream ha consentito per due ore a coloro che come me credono in una chitarra diversa da quella corriva delle odierne piazzollate-koyumbabe, di continuare a credere che l’eroica chitarra degli anni ’60 e ’70 che si emancipava orgogliosamente dai dettami tarrego-segoviani mantenga immutata nel tempo la propria ragion d’essere.” (Frédéric Zigante)
Crediamo di esprimere l’augurio di tutti auspicando che Bream torni sulle sue decisioni e che non rinunci a far parte del concertismo militante.