Sommario Fronimo N 121,  gennaio 2003

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Editoriale

Incontri:

Intervista a Eduardo Fernández
di Lena Kokkaliari

Ricerche e approfondimenti:

La chitarra in Barcellona nel 1850
di José Maria Mangado Artigas

Anton Diabelli (1781-1858). Cenni biografici
e opere per chitarra (quinta parte)
di Jukka Savijoki

Le trascrizioni da Mozart di W. T. Matiegka
tra il 1806 e il 1812
di Massimo Agostinelli

Accademie e conservatori. Validità dei titoli
in base alla nuova legge

1993-2003: dieci anni dopo

La scuola dell’estro
di Pablo Lentini Riva

e inoltre recensioni di libri, musiche e dischi.

Notizie su corsi e concorsi.

Idee a confronto

La bottega della chitarra

 


Editoriale

Dieci anni fa moriva Ruggero Chiesa. Così d’acchito, la prima sensazione è quella dell’immediatezza, della freschezza del ricordo: anche se può sembrare un luogo comune, ci pare veramente siano passati solo pochi giorni da quando entrava e usciva dall’aula 220 del Conservatorio di Milano – autentica officina artistica – oppure da quando lo vedevamo seduto al suo tavolo da lavoro – vero e proprio laboratorio culturale – sommerso da carte e documenti di ogni tipo. Certo, sembrerebbe ancora ieri di assistere alla sua autorevole partecipazione alla vita musicale internazionale, quando la sua figura era stimata e le sue opinioni erano tenute in grande considerazione, anche – e soprattutto – al di fuori del ristretto ambito chitarristico. Ma un conto sono i ricordi e le sensazioni soggettive, un altro l’oggettivo stato della realtà. E la realtà odierna, sempre più frenetica e vorticosa, divora le informazioni con la stessa velocità con cui le dimentica: dieci anni, così, da un giorno si trasformano in un secolo e il nome di Ruggero Chiesa, con il suo formidabile operato, rischia di perdersi dietro alla miriade di nomi e avvenimenti che i media chitarristici offrono quotidianamente e in gran quantità.
Noi non vogliamo che ciò accada e per far sì che non avvenga da questo numero e per i tre successivi inauguriamo un nuovo spazio all’interno della rivista. Sotto il titolo “Dieci anni dopo” comparirà una selezione dei contributi di chiunque voglia ricordare la vita e l’opera di Ruggero Chiesa – ex-allievi, colleghi, amici, semplici conoscenti o lettori dei suoi scritti –; non vi sono vincoli formali, ognuno è libero di dare al proprio contributo il taglio che crede, sia esso personale o professionale, artistico o didattico, critico o aneddotico. Inaugura questa serie di articoli in questo numero l’attento e sensibile scritto di Pablo Lentini Riva.
Coincidenza vuole che in questo numero largo spazio venga dedicato al XIX secolo la cui letteratura fu oggetto di ricerca e di studio di Ruggero Chiesa.
L’articolo di Josep Maria Mangado Artigas pone il fuoco della sua attenzione sull’attività chitarristica a Barcellona nell’anno 1850. Lo studioso spagnolo coglie l’occasione per fare alcune interessanti considerazioni sulle reali conoscenze della storiografia musicale – in questo caso prendendo appunto come esempio la intensa storia della chitarra nella vita musicale della città catalana, finora poco o nulla considerata – per dimostrare come a volte alcuni giudizi apparentemente incontestabili siano invece basati su informazioni scarse o addirittura fuorvianti. Nulla di più vero, soprattutto se pensiamo quante volte nella storia della chitarra le opinioni su autori e periodi hanno mutato di segno. Tuttavia, pur tenendo nella giusta considerazione le corrette osservazioni di Artigas, ci rimane sempre la convinzione di fondo che avevamo espresso nell’editoriale dello scorso numero: a prescindere dal numero più o meno alto di concerti e concertisti attivi in Europa nella seconda metà dell’Ottocento, i personaggi che rappresentavano la chitarra ai massimi livelli erano purtroppo improntati alla mediocrità e quindi non in grado di liberarla dalle pastoie in cui si era avviluppata. A questo proposito sono illuminanti le parole espresse da Eduardo Fernández nell’intervista di questo numero, dove il chitarrista uruguayano attribuisce l’“eclisse” della chitarra nell’Ottocento al fatto che l’unico obiettivo da parte dei chitarristi era quello di compiacere il pubblico offrendo un intrattenimento solamente piacevole senza preoccuparsi della qualità artistica.

Con il numero odierno si conclude l’ampio studio monografico dedicato dal nostro collaboratore finlandese Jukka Savijoki ad Anton Diabelli e alla sua produzione musicale. In quest’ultima parte viene analizzata una questione di estremo interesse, ossia la prassi notazionale in uso nelle pubblicazioni di Diabelli e, più in generale, nelle edizioni ottocentesche: è fin troppo noto quanti problemi e fraintendimenti abbiano causato l’impiego sempre più frequente dei reprints, soprattutto da parte di chi – e pensiamo soprattutto agli studenti – non ha una grande confidenza con le convenzioni tipografico-musicali del XIX secolo. Siamo dell’opinione che le informazioni riportate da Jukka Savijoki, oltre a chiarire molti dubbi, desteranno anche non poche sorprese.
Completa le ricerche e gli approfondimenti l’interessante contributo di Massimo Agostinelli, infaticabile ricercatore che da tempo sta dedicando la sua attenzione alle figure cosiddette “minori” dell’Ottocento (e quanto lo siano veramente, a volte, è ancora da dimostrare, soprattutto se spostiamo o mutiamo i punti di riferimento della storiografia musicale tradizionale sui quali spesso supinamente si appoggiano impianti musicologici, sistemi di analisi storica nonché giudizi della critica musicale). Nel fuoco dell’attenzione dello studioso marchigiano vi sono alcune trascrizioni di opere di Mozart che Wenzeslaus Matiegka realizzò negli anni fra il 1806 e il 1812, fra i quali un Trio finora sconosciuto scoperto dallo stesso Agostinelli.
Per concludere, come di consueto, alcune riflessioni brevi provenienti dalle note di cronaca. Ormai è quasi diventata un’abitudine, tanto è diffusa, la mancata assegnazione dei primi premi in molti importanti concorsi italiani: pensiamo ad esempio ad Alessandria, Gargnano, Mottola, Bari. Che cosa sta succedendo? Le ipotesi possono essere diverse e proveremo a sintetizzarle in tre punti. 1) La crescita quasi esponenziale del livello tecnico in questi ultimi anni ha, come dire, “assuefatto” le giurie che ormai hanno sempre più elevato le aspettative e la “soglia dello stupore”: è innegabile, anche se può sembrare offensivo nei confronti dei vincitori di concorsi delle passate edizioni, che vincere oggi un concorso importante è molto più difficile che in passato e, soprattutto, continua a diventare sempre più difficile. 2) La preparazione tecnica dei concorrenti, a volte decisamente straordinaria, è ormai diventata l’unica carta su cui puntare per una vittoria e la vera qualità musicale, ciò che alla fin fine conta veramente, è finita in secondo piano. Ancora una volta, le parole di Fernández possono sostenere questa sensazione: “[…] Penso che il progresso tecnico sia stato enorme: […] oggi siamo chitarristi molto più bravi che in passato. Ma dal punto di vista più musicale, più esigente e più complesso, mi sembra che abbiamo ancora tanto cammino davanti a noi. Dobbiamo essere consapevoli di questo fatto.” 3) I concorsi sono diventati così numerosi (soprattutto a carattere regionale o provinciale, dove al contrario di quelli più importanti aggiudicarsi un premio non è poi così proibitivo) che molti candidati affrontano la prova “sottogamba”, o comunque con una preparazione non adeguata: tanto ce ne sono così tanti che uno prima o poi una vittoria o un piazzamento salta fuori. Ognuno scelga i motivi che ritiene più validi.
Vorremmo infine ricordare la bella manifestazione tenuta nella prima settimana di novembre a Ponte in Valtellina, dove molti chitarristi e appassionati hanno potuto ritrovarsi uniti grazie all’encomiabile impegno di Stefano Grondona e Luca Waldner: una mostra di splendidi strumenti (da Rubio alla liuteria storica), una serie di bellissimi concerti e numerosi eventi hanno dato modo a numerose persone di gustare il fascino della chitarra, della sua storia, della sua musica e dei suoi interpreti. Speriamo che questo spirito collaborativo continui ad animare noi chitarristi: è tale arma che da due secoli ci permette di superare le più grandi difficoltà.

Marco Riboni